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Minaccia tzunami in Sardegna. Portovesme nel mirino.

Mentre i fanghi tossici continuano a diffondersi lungo le coste del Brasile e nelle acque dell’Oceano Atlantico, la nostra amata isola è minacciata da uno tzunami di detriti tossici ancora più pericoloso.

vasche ferro20 milioni di metri cubi di fanghi rossi, inquinanti e pericolosi sono abilmente nascosti nel sudovest della Sardegna, a poche centinaia di metri dalla costa sud dell’isola. Stiamo parlando del bacino di Portovesme (vicino alla cittadina di Portoscuso, in provincia di Carbonia-Iglesias), dove l’emergenza potrebbe esplodere in qualsiasi momento ed essere anche molto più grave di quella brasiliana. Nonostante i detriti in questione siano per quantità 1/3 di quelli brasiliani, se si riversassero in mare e contaminassero un ecosistema come quello mediterraneo potrebbero essere fatali non solo per pesci, animali e terreni agricoli ma ancora più gravi per la debole economia dell’isola.

Portovesme è una frazione del comune di Portoscuso, che ospita al suo interno un polo industriale unico in Italia, specializzato nella produzione di bauxite, alluminio (stabilimento Euroallumina ora chiuso), alluminio primario (stabilimento Alcoa), zinco, piombo, acido solforico, oro e argento da minerale (Portovesme s.r.l.). A questi stabilimenti si aggiunge quello dell’Enel, che produce il 45% dell’elettricità prodotta in Sardegna.

L’inquinamento della zona è noto da un pezzo. I piani di disinquinamento hanno ormai vent’anni e, come, come scrive il Gruppo di intervento giuridico, “ne hanno in gran parte beneficiato economicamente le medesime industrie responsabili dello stato di inquinamento dell’area”. E l’inquinamento è ancora lì, come dimostrano le analisi dell’Arpa Sardegna.

PortovesmeGià nel 2012 la Asl allarmò gli abitanti della zona con dichiarazioni gravissime, “si ritiene necessario informare la popolazione di Portoscuso di fare in modo di differenziare la provenienza dei prodotti ortofrutticoli da consumare per la fascia di età dei bambini da 0 a 3 anni. Occorre perciò fare in modo che in questa fascia di età non siano consumati esclusivamente prodotti ortofrutticoli provenienti dai terreni ubicati nel Comune di Portoscuso”.

All’inquinamento provocato dai fumi dell’acciaieria si sommano quello delle nubi di fluoro e quello dei bacini ferrosi, che dopo la tragedia Brasiliana emerge con rinnovato vigore e attualità.

Il bacino di contenimento degli scarti scavato nel 1975 dall’Eurallumina a Portovesme, è costituito da una serie di gigantesche vasche contenenti 20 milioni di metri cubi di residui della lavorazione della bauxite. Il problema maggiore è che le vasche sono tutte vicinissime alla costa – tralasciando il fatto che prima del 1975, per almeno tre anni, la fabbrica ha scaricato direttamente in mare – la situazione è per questo gravissima.

Già nel 2009 i carabinieri del nucleo operativo ecologico scoprirono un traffico di 15mila tonnellate di rifiuti illegali con alte concentrazioni di arsenico, piombo, zinco, cadmio, rame, nichel, solfati e floruri: scarti prodotti dagli impianti della Portovesme srl e smaltiti illecitamente in discariche o utilizzati per fondi stradali, nonchè per la costruzione del piazzale di un ospedale.
Fanghi-rossi-PortovesmeNella stessa operazione vennero sequestrati i bacini carichi di veleni della Portovesme s.r.l., a causa della rottura di una tubatura, che collegava la sala pompe della centrale elettrica al vicino stabilimento dell’Eurallumina – che intanto era stata acquisita dai russi della Rusal. Proprio lì si era scoperta una «rilevante fuoriuscita delle acque di falda», che finivano per riversarsi sulla strada che separava i due stabilimenti. Le analisi rilevarono la presenza di fluoruri, boro, manganese e arsenico, in percentuali che oltrepassano i limiti consentiti dalle normative.
In questi giorni l’amministratore comunale invita a non esagerare con l’allarmismo: «Dobbiamo aspettare i risultati delle analisi» dice «prima di decidere il da farsi. Siamo contro le esagerazioni, ma consci del fatto che in caso di disastro è a rischio la frazione di Paringianu, dove abitano circa 900 persone».
veleniI problemi si sommano tra loro in realtà come quella di Portoverme o dell’ Ilva di Taranto, poli industriali dove la popolazione ha trovato impiego per anni e che fatica ora ad abbandonare, nonostante i pericoli per la salute propria e di tutta l’Isola.
Angelo Cremone, ambientalista ed ex consigliere comunale di Portoscuso, sostiene che nelle grandi vasche l’altezza dei liquidi velenosi dai precedenti 36 metri è scesa a 25, il che significa «che il bacino ormai ha sfondato nel sottosuolo, con tutte le disastrose conseguenze del caso».
Lo smaltimento dei fanghi tossici è ancora in via di sperimentazione. Per ora, non esistono forme di trattamento definitivo.
Tutta la Sardegna è a rischio. I suoi mari e la sua natura ormai non più incontaminata scomparirebbero se gli argini dei bacini dovessero rompersi. Speriamo solo che per una volta il buon senso prenda il posto dell’avidità, affinchè si faccia il possibile per evitare l’ennesima catastrofe annunciata.

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Su Stefania Corrias

“Il guerriero della luce crede. Poiché crede nei miracoli, i miracoli cominciano ad accadere.” Paulo Coelho

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