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Davide Stasi – Stalker sarai tu

Davide Stasi è l’autore del libro “Stalker sarai tu”
Non ci capita spesso di trattare argomenti così coinvolgenti, tanto meno di intervistare persone altrettanto coinvolgenti. La parte complicata infatti sta spesso nel riuscire a descrivere, raccontare, informare con determinazione, ma altrettanta delicatezza.

Davide Stasi (Genova, 1974) lavora nel campo della formazione. Ha pubblicato il saggio “Fondamentalismi e politica” (Mondadori, 2003), il romanzo “Congiura azzurra” (Fratelli Frilli Editore, 2004), ha tradotto per Gammarò Editore il libro “Il nucleare non è la risposta” di Helen Caldicott. Ha collaborato come pubblicista al quotidiano on-line “La Voce del Ribelle”.

È il gestore del blog http://stalkersaraitu.com, uno dei siti web più interessanti e aggiornati nel panorama italiano per ciò che riguarda l’argomento “STALKER“, e i suoi tristi derivati.

La parola STALKER infatti fa paura, spesso più per la sua mancata interpretazione che per il vero senso.
In Italia esiste una legislatura che tratta l’argomento e che cerca di dare pene severe a chi viene giudicato uno STALKER. Uno dei problemi però è la sua applicazione, che può punire anche chi viene solo definito tale a seguito di una denuncia.

Ma cosa vuol dire davvero STALKER?
Lo stalker viene identificato come un individuo affetto da un disturbo della personalità che lo spinge a perseguitare ossessivamente un’altra persona con minacce, pedinamenti, molestie e attenzioni indesiderate.
E’ un argomento molto controverso e complesso, e Davide Stasi ha avuto la dote di trattarlo in maniera esaustiva ed efficace. Il suo blog è ricco di contenuti, e il suo libro “STALKER SARAI TU” è un vero e proprio “manuale” dell’argomento.

Oggi abbiamo il piacere di intervistare Davide Stasi, e di approfondire l’argomento con lui. Eccovi l’intervista che ci ha rilasciato.

Ciao Davide Stasi, e grazie per la tua disponibilità. Sei una persona molto determinata e lo si vede dai tuoi scritti e dal tuo libro. Ci piace quindi iniziare con una domanda di presentazione: chi è Davide Stasi, anche al di fuori dei libri.
Direi che Davide Stasi è un libero cittadino che ha avuto la fortuna di riuscire a trarre frutti positivi dai propri studi politologici e sociologici, integrandoli con esperienze di vita spesso fuori dall’ordinario, o speciali, o particolarmente formative. Tutto ciò si è coniugato con una caratteristica personale molto radicata: quando mi trovo in situazioni nuove, che non conosco per nulla, d’istinto le approfondisco, le studio, le analizzo, mi documento in modo maniacale, in modo da avere una “mappa mentale” chiara di dove davide stasimi trovo. Non c’è sistematicità in questo: a pesare è soprattutto il caso, che mi pone davanti a opportunità diversificate, che colgo o meno a seconda che le senta nelle mie corde. Pesano anche, naturalmente, le mie scelte personali, sovente eccentriche. Non a caso chi mi conosce meglio mi ha attribuito, tra gli altri, il soprannome “Diogene”, non tanto e non solo perché “cerco l’uomo”, ma perché tendenzialmente, dicono loro, “cerco guai”, o situazioni intricate, spinose. Per questo porto sempre con me il simbolo della lanterna, un po’ per la provenienza genovese, un po’ per questa mia continua curiosità che mi spinge a inoltrarmi in labirinti bui e sconosciuti, per il solo gusto di disegnarne la mappa e trovarne l’uscita. Qualcuno dice che tutto questo fa di me un “intellettuale non conforme”. Non so se è una definizione giusta. Il termine “intellettuale” mi intimorisce non poco. Mi piace ricercare, ragionare, capire, questo sì, facendo tesoro e mettendo a frutto le esperienze che vivo.

Ti sei imposto come scrittore con un libro dal titolo molto toccante. Scrivi inoltre per passione e non solo su molteplici canali, e sei in continuo movimento per continuare a trattare gli argomenti dei tuoi scritti. Blog, Libri, Pubblicazioni: cosa ti ha ispirato dandoti tanta determinazione?
Attualmente ho concentrato la mia attenzione sulle relazioni di genere e sulle deviazioni che in esse si manifestano nell’epoca contemporanea. Tutto è partito da una vicenda personale, per altro ancora in corso, che aveva a che fare con lo stalking. Come detto, per capire bene dove mi trovavo, ho iniziato a documentarmi e a studiare profondamente la materia. In quest’ottica ho cercato il confronto con altri, prima attraverso una banale pagina Facebook, che in breve è stata subissata di messaggi personali di uomini (ma anche donne, sebbene in minoranza) che condividevano con me talune anomalie e assurdità di sistema. In breve il materiale da pubblicare e su cui ragionare è diventato ingestibile per una pagina social, così ho optato per il blog, meglio strutturato per creare categorie e tenere uno storico ragionato dei contributi. In poco tempo il blog è diventato seguitissimo, se si considera la materia, teoricamente piuttosto circoscritta. Nella realtà dei fatti, le anomalie della legge anti-stalking innescano tutta una serie di ulteriori anomalie riguardanti settori tangenti e più ampi, come il problema della gestione giudiziale delle separazioni coniugali, dell’affido dei figli, del fenomeno infame e drammaticamente diffuso delle false denunce, o il conflitto ideologico (non voglio assolutamente dargli da dignità di “culturale”) tra femminismo contemporaneo, più coerentemente definibile come “femminazismo”, e la sempre più indebolita figura dell’uomo e soprattutto della famiglia. Un quadro complesso insomma, che mi ha imposto in modo naturale tutta la determinazione che sto mettendo nella cura delle analisi che faccio sul blog. Da un lato la vicenda personale è e continua a essere una spinta profonda e individuale, mentre i molti che mi si rivolgono per affidarmi le loro storie, le loro speranze di giustizia ed equità, mi caricano di una responsabilità che a volte percepisco come gravosa, ma che è anche un propulsore eccezionale per l’attività che porto avanti, e che non ho esitazioni a definire, come in guerra, di “contro-informazione”.

Nei tuoi articoli e libri tocchi argomenti molto importanti e delicati. Ci sorge una domanda spontanea: trattare argomenti come lo stalker, lo stalking e altri derivati in modo del tutto sincero e trasparente ha mai creato problemi personali a Davide Stasi?
Paradossalmente no (almeno finora). Quando con l’editore del mio recente libro-inchiesta “Stalker sarai tu” discutevamo sulle possibili conseguenze di un’operazione-verità così scomoda, ci siamo trovati d’accordo sul fatto che la reazione più probabile sarebbe stata una spinta a insabbiare e ignorare il testo. Così è accaduto e sta accadendo, di fatto. Entrare in polemica con me, o meglio con i contenuti che elaboro, è molto pericoloso per chi sostiene in modo fallace argomenti contrari. È ben noto ai miei detrattori che non avrebbero scampo in un confronto. Non perché io abbia elaborato chissà quali concetti, per carità: semplicemente perché sanno su quali falsificazioni, su quale gigantesco conglomerato di interessi impropri, cinicamente basati sulla distruzione di un genere, si fondano le loro convinzioni. La narrazione su cui si impernia tutto il ginocentrismo imperante è falsificabile davvero in due-tre parole. Dunque tra l’entrare in polemica pubblica con me, denunciarmi per qualche motivo, e così dare visibilità alle mie argomentazioni, col rischio di scoperchiare il vaso di Pandora, e organizzare il sistema per ignorarmi e sabotarmi, la scelta è presto fatta. Ed è così che invece di problemi personali, la mia attività mi ha messo di fronte a situazioni talmente paradossali da sfiorare il comico. Tipo che, al momento, ho un conteggio di diciotto giornalisti, alcuni anche molto noti, che mi hanno contattato, incuriositi e interessati da ciò che sostengo e da come lo sostengo, si sono fatti inviare il libro promettendomi interviste, recensioni e altro, salvo poi scomparire nel nulla, probabilmente stroncati nelle loro intenzioni da un comitato di redazione troppo timoroso di alienarsi le profittevoli utenti femminili, oggetto principale dei messaggi pubblicitari degli inserzionisti. Per questo sono arrivato a ipotizzare ironicamente l’esistenza di un “virus Stasi”, che colpisce i giornalisti, dopo che sono entrati in contatto con me. Tutti iniziano con grande proattività, poi si vaporizzano nel nulla… Per non parlare delle librerie, che in grande maggioranza rifiutano di tenere il mio libro o inorridiscono davanti alla proposta di farmi fare una presentazione. Niente di sconvolgente, tutto previsto. Ci sono grandi e piccoli interessi dietro, più un raccapricciante istinto conformista. È quello che succede a chi osa gridare la verità in un contesto dove la menzogna è imposta come narrazione comune da accettare in modo acritico. Insomma: problemi zero. E arrivo a dire: purtroppo…

La parola STALKER ultimamente ha generato molta paura, sia negli uomini che nelle donne. Credi che sia un termine abusato solo dai media?  Vorremmo sapere Davide Stasi cosa ne pensa.
davide stasiSono i media stessi che, usandolo in modo del tutto improprio, inducono all’abuso del termine. Insieme ad essi una Magistratura spesso troppo conformista e poco coraggiosa, o peggio messa in condizione di non essere coraggiosa. Il termine stesso “stalker” è un’invenzione della stampa americana, risalente a fine anni ’80, poi scivolata nel lessico giornalistico di tutto il mondo, fino a diventare quasi un modo di dire. Mi capita di sentire giovani parlare tra loro e definire così il professore che li interroga o l’amico che li invita insistentemente a un evento. Poi ci sono le degenerazioni mediatico-giudiziarie, con la creazione di aberrazioni come lo “stalking condominiale” o lo “stalking bancario”. Il termine ha subito una trasformazione simile a quella di “marocchino”, che propriamente significa “persona proveniente dal Marocco”, ma che per tutti gli italiani definisce qualunque extracomunitario proveniente dall’Africa. Se dal punto di vista lessicale e del significato si tratta di una violenza, dall’altro lato è un modo per rendere comprensibile un fenomeno complesso, per desacralizzarlo o renderlo innocuo. Nel caso dello stalking però si hanno conseguenze ulteriori molto gravi: il vero persecutore (termine con cui è opportuno tradurre l’inglese “stalker”) è persona realmente pericolosa. Sottolineo il
vero persecutore, ovvero la persona affetta da una forma paranoide di erotomania, come ampiamente definito dalla psichiatria e criminologia già vent’anni fa. Volgarizzarne la figura, banalizzare il termine che la definisce, desacralizzarne la definizione, fa sì che nella società e soprattutto nei tribunali essa venga confusa con altre fattispecie, spesso meno gravi. Semplici molestatori possono venire incriminati per persecuzioni, ed è un’anomalia giuridica visto che il reato di molestie è stato depenalizzato da tempo. Un grande guazzabuglio culturale e giuridico, insomma, che vede soccombenti nella maggior parte dei casi uomini colpevoli di reati più lievi o non colpevoli del tutto. Dovere della cultura dominante (veicolata dai media, se fossero corretti) e del sistema giudiziario sarebbe quello di insegnare alla comunità cosa sia un persecutore, come riconoscerlo, e dunque procedere contro di esso quando è davvero il caso. In Gran Bretagna ci sono arrivati. Qui in Italia è un’utopia, come spiego ampiamente nel mio libro.

Davide Stasi è l’autore di un libro molto importante sull’argomento, dal titolo forte: “STALKER SARAI TU“. Ha avuto la risposta che speravi da parte dei lettori?
davide stasi stalker sarai tuAssolutamente sì. Tanto assenti sono la critica e i media quanto presenti sono i lettori e, mi piace sottolinearlo, in egual misura uomini e donne. Il libro circola con ampiezza, ma in modo carsico, sembra quasi un testo carbonaro. Il riscontro ce l’ho dal numero di riconoscimenti che mi arrivano privatamente, oltre che dai dati di vendita. Sono riuscito a cogliere un aspetto diffusissimo di cui non si parla, anzi di cui non si vuole parlare. Un fenomeno che coinvolge un numero altissimo di persone, in un’anomalia che è internazionale ma in cui l’Italia, come sempre quando si tratta di indicatori negativi, eccelle. Il libro si sta diffondendo così tanto che in molti casi mi trovo parlare con lettori che mi chiedono consigli o addirittura consulenze per scrivere le loro memorie difensive o altro. Proposte che non accetto mai: ci sono gli avvocati, quello è il loro mestiere. Ma consigli ne do volentieri. Mi è capitato in un paio di casi di riuscire a convincere giovani innamorati e feriti a soprassedere rispetto a certi atti del tutto innocui che progettavano di mettere in atto per riconquistare la propria amata. In questi casi riesco a sentirmi fiero, perché sono certo di aver salvato una persona dal finire stritolato nel meccanismo delle false accuse. Insomma sono soddisfatto della risposta di pubblico e del consenso che ricevo, sebbene non ce ne sia eco sul piano pubblico. Cosa che mi aiuterebbe a proseguire, magari su un livello ulteriore, la mia opera di contro-narrazione della realtà. Per dire: ho un romanzo pronto. Un testo che racconta le relazioni affettive contemporanee, liquide, inconsistenti, e l’effetto devastante che esse fanno su un uomo. Il motivo per cui le grandi case editrici mi complimentano per il valore del testo ma non lo pubblicano sta proprio lì. Oggi un romanzo esce se l’autore è una donna o se la protagonista è una donna, o se l’intreccio è declinato in base a teorici “valori” femminili. Come i librai non tengono il mio libro-inchiesta per paura di alienarsi le clienti donne, così gli editori vorrebbero pubblicare il mio romanzo ma, ammettono candidamente, “non possono”. Naturalmente non cedo. Cadono in frantumi gli imperi, figuriamoci se questo castello di sabbia del regime ginocentrico non cadrà. E allora potremo tutti raccontare con dignità l’uomo, il maschio, in tutte le sue sfaccettature positive, senza pagare pegno a un inutile e fasullo “politically correct”.

A volte a trattare argomenti scomodi e importanti si rischia di essere titolati in svariate maniere. Davide Stasi è mai diventato sinonimo di “maschilista”?
Naturalmente sì. Quando accade ho la conferma che sono nel giusto, che sto colpendo duro e dove fa più male. Perché è sufficiente leggere ciò che scrivo sul blog senza pregiudizi e andando al di là dei toni spesso provocatori e urticanti, che uso apposta per suscitare discussione (che però non arriva mai… troppo pericoloso discutere con me), per accorgersi che la categoria “maschilista” o “misogino” non mi appartiene. Io critico aspramente, è vero, un certo tipo di figura femminile che oggi è diffusissima, purtroppo. Ma lo faccio in modo argomentato, non per pregiudizio o ideologia. Io non odio le donne. Non è possibile odiare un complementare di cui si ha naturalmente bisogno, con il quale si ha l’istinto naturale di stringere un’alleanza. Sarebbe come odiare il cibo, i libri, la musica, l’aria… tutte cose di cui si ha bisogno in modo naturale e positivo, a meno di non avere una paura folle di crescere, evolversi e, in una parola, vivere. Dunque quando capita che mi definiscano misogino o maschilista, ho la certezza di avere a che fare con un interlocutore impaurito dalla vita, incapace di comprendere la volontà positiva che io, come la stragrande maggioranza degli uomini, esprime di un progetto integrato e proiettato nel futuro, cementato dal sentimento e dall’oggettiva complementarietà dell’essere uomo e donna. Se trovo uno spiraglio per confrontarmi positivamente con chi mi definisce così, mi armo di santa pazienza e provo ad aprire gli orizzonti. Capita di rado, però: più spesso sono costretto a un più spiccio rinvio al diavolo…

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Qual’è l’opinione di Davide Stasi sulla legislatura italiana riguardo le separazioni, l’affido dei figli e la gestione economica della coppia “scoppiata”
C’è poco da dire: in Italia un organo ben preciso, ovvero la Magistratura, su questo tema agisce al di fuori delle leggi vigenti. Ovvero agisce in modo sovversivo dello Stato di Diritto. Lo dico io che non sono nessuno, ma lo dice ripetutamente anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che invece è più che qualcosa. Esiste una legge, la 54 del 2006, da perfezionare ma già buona, che dice cose chiare chiare: affido condiviso e mantenimento diretto dei figli. Punto e stop. Invece il 95% delle sentenze civili di separazioni parlano di “assegno di mantenimento” di un coniuge (il marito nel 100% dei casi) verso l’altro (la moglie, ça va sans dire…), di “affido esclusivo”, istituto da utilizzarsi solo in casi limite secondo la legge vigente, o ancora di “diritto di visita”, istituto del tutto non previsto dal nostro ordinamento. E così i padri non sono più padri, ma bancomat e “visitatori”. Una violenza, una semplice e violenta sovversione, per di più esercitata a senso unico. Che va integrata con il fenomeno delle false denunce, usate per stroncare la figura paterna in sede civile, con il business delle case famiglie dove, a norma di sentenza, vengono sequestrati dallo Stato i minori per motivi spesso futili (un po’ come accade negli USA con le carceri private), e ancora con l’assenza di un riconoscimento della Sindrome da Alienazione Parentale. Senza contare il nullo riconoscimento della figura paterna in Costituzione. Ce ne sarebbe da dire su questo argomento. Fior di studiosi e associazioni, ben più esperte di me in questo campo, da anni combattono una battaglia di equità sacrosanta, rimanendo inascoltate, quando non derise da un sistema che, pur di dare priorità al modello numero uno di consumatore, la donna, passa allegramente sopra la vita di uomini e soprattutto di bambini. Se con la legge anti-stalking siamo di fronte a un abuso reso legge, con la gestione delle separazioni siamo al vero e proprio sopruso di Stato. Una realtà che, a provare a combatterla, ci si trova davanti a un muro altissimo e resistentissimo. A riprova che dietro si nascondono, e nemmeno troppo bene, interessi giganteschi.

Fin’ora sei stato estremamente preciso nel risponderci. Ma se qualcuno chiedesse a Davide Stasi “cosa pensi della PAS”, argomento ancora molto incerto in campo di giurisprudenza, cosa risponderesti?
Sulla PAS sono prudente. Ho avuto la fortuna di frequentare scienziati puri e scienziati sociali, che mi hanno insegnato come le diverse teorie si affermano nella comunità dei ricercatori. In questo senso, il consenso diffuso tra gli specialisti è la chiave di volta. Sfortunatamente la PAS ancora non ha acquisito il consenso necessario per affermarsi come realtà di fatto, specie in chiave giurisprudenziale. Senza voler scivolare in complottismi da quattro soldi, non escludo che ciò avvenga perché anche la ricerca scientifica, alla fine, si scontra contro il muro di interessi di cui parlavo prima, o contro lobby che indirizzano le loro davide stasi pasvalutazioni. Ammettere diffusamente, nella comunità scientifica prima e poi nella narrazione diffusa, l’esistenza del fenomeno PAS significa dare spiegazioni razionali a comportamenti penalmente rilevanti, che hanno come vittime anzitutto i figli e i minori. Verrebbe sconvolto tutto il contesto affaristico che circuita attorno a queste realtà drammatiche. Eppure, dando ad essa un nome o meno, il fenomeno dell’alienazione parentale esiste e ha delle evidenze fin troppo chiare. Tuttavia credo che non dovrebbe essere indispensabile per un giudice preparato in materia una teorizzazione scientifica per riconoscere un’alienazione parentale in atto. Mi pare che quest’ansia di riconoscimento della PAS possa avere quindi una sfaccettatura negativa: dare a un giudice uno schermo definitorio dietro cui nascondersi e giustificare le proprie decisioni lo deresponsabilizza rispetto a una preparazione che egli dovrebbe avere a monte nel trattare questioni di diritto di famiglia. In poche parole: serve davvero che scienziati sociali si mettano d’accordo sulla PAS, influenzabili come sono da lobby strutturate, o servirebbe prima una magistratura specifica per le questioni di famiglia, debitamente preparata e formata in questo senso?

Quando si inizia a leggere gli argomenti che Davide Stasi scrive e illustra si entra in un campo minato che purtroppo, in Italia, è estremamente pericoloso. Ti chiediamo: pensi che il sistema legale attuale in Italia sia realmente migliorabile?
Devo dire la verità, prima di venirci personalmente invischiato, avevo una fiducia incrollabile e idealista nel sistema e nella Magistratura in particolare. Un atteggiamento un po’ cieco e poco realistico, alla Travaglio, per intenderci. Quando poi ti ci trovi in mezzo capisci che quello che leggi sui libri di diritto o sociologia è tutta teoria, è il “come dovrebbe essere”. Quello che è in realtà risulta poi molto molto diverso. Non per impreparazione o malafede dei giudici, sia chiaro, anche se la profonda politicizzazione della Magistratura spesso inquina la deontologia del sistema (come nel caso della legge sulle separazioni). Di fatto il sistema stesso sembra costruito per far sì che la macchina della giustizia non funzioni o funzioni male. Dalla carenza
davide stasi leggedi organico alla drammatica insufficienza di risorse e organizzazione, si ha un contesto generale dove sulla distribuzione di una giustizia giusta prevale la necessità di sbrigare le pratiche, se possibile evitando di attirarsi addosso gli occhi dei media, oggi non più cani da guardia della libertà e della democrazia, ma degli interessi consolidati, a partire dai propri. Se poi un apparato posto in queste scomodissime condizioni è chiamato ad applicare leggi senza senso, come l’art. 612 bis (l’anti-stalking), la frittata è fatta. In altre parole sì, il sistema non è solo migliorabile, nel senso di una possibilità da percorrere. Mi spingo a dire che il sistema deve essere migliorato. Perché non c’è libertà, né democrazia, né concordia sociale se non c’è certezza di una giustizia equa. Riformare il tutto richiederebbe, al punto in cui siamo, una mezza rivoluzione, a partire dai legislatori per finire ai magistrati. Un’opera titanica, gigantesca. Io, nel mio piccolo, cerco di dare le spinte che posso in questo senso. Confido che, dando seguito al mio nome di battesimo, prima o poi la mia fionda riesca a colpire la fronte del gigante. Sono ottimista perché so di non essere il solo in questa sassaiola di perdenti di fronte a un esercito attrezzato fino ai denti con armi di ultima generazione…

Siamo alla fine della nostra interessante intervista con Davide stasi, che sino ad ora è stato preciso ed estremamente esaustivo nel risponderci. Facciamo un’ultima domanda prima di salutarci: perché le persone vittime di “abusi legali”, in particolare uomini separati o accusati ingiustamente di violenza, subiscono ancora passivamente senza coalizzarsi per risolvere o migliorare la situazione attuale?
Questa è in assoluto la domanda più difficile a cui rispondere. Trovo quotidianamente persone pronte ad agire, organizzarsi, mobilitarsi. Sono persone piene di passione e di voglia di cambiare le cose e ottenere giustizia. Ma sono una minoranza. Nella gran parte dei casi rilevo un atteggiamento rinunciatario, passivo, demoralizzato. Del tutto comprensibile, sia chiaro: stiamo parlando di persone che hanno vissuto un inferno in terra, mutilate in modo permanente di un pezzo fondamentale della propria vita, sia essa l’onorabilità pubblica o i propri figli o altro. Parlare con loro dà l’impressione di parlare con quei soldati reduci da guerre atroci, perennemente vittime di shock post-traumatico da stress. Sono convinti che il male che hanno subito ci sia e vada accettato senza troppe storie, senza possibilità di redenzione. Non è facile attivare o innescare reazioni costruttive in una massa (parliamo di milioni di persone in Italia) con queste caratteristiche. A peggiorare le cose c’è la grande diversificazione delle situazioni e degli atteggiamenti. C’è chi si ritiene miracolato perché per sentenza può vedere i figli due giorni al mese, e non vuole quindi esporsi più di tanto per non perdere cotanto privilegio, mentre altri nella stessa situazione sono anche inclini a combattere per avere di più. Altri ancora, falsamente accusati e magari usciti indenni dal procedimento, non vogliono più sentir parlare di nulla, ma andare avanti e dimenticare, e accanto a loro c’è chi invece cerca giustizia e, se ne ha la possibilità, contro-denuncia la propria accusatrice per calunnia. Un panorama frastagliato, insomma, molto difficile da coagulare. Ci ho provato e ci proverò ancora, facendo leva essenzialmente sul futuro, ossia sui figli: ciò che è capitato a noi ormai è cosa fatta. Se ci si attiva, dev’essere perché non ricapiti ai nostri figli in futuro.
davide stasi secondQuel futuro che il femminazismo di oggi sogna con percorsi istituzionalizzati di “rieducazione” del maschio. Parole che farebbero venire i brividi a Orwell… In tutto questo, alla fine, ho però avuto una spiegazione credibile alla difficoltà di ottenere una reazione positiva e costruttiva degli uomini contro la demonizzazione sistematica che di essi viene fatta dal sistema. Me l’ha data efficacemente un commentatore del mio blog. In risposta a un articolo dove esortavo uomini e donne per bene a reagire all’andazzo falsificatorio, questa persona, un uomo, ha candidamente ammesso che si assocerebbe volentieri alla “battaglia”, ma non lo fa per timore dell’ostracismo sociale, dell’emarginazione familiare o professionale che certe prese di posizione oggi garantiscono. Un’ammissione di cui l’ho ringraziato, ma che mette i brividi. La narrazione ginocentrica si è così profondamente radicata da condizionare la libera espressione individuale, che così è costretta a conformarsi a processi di repressione infami e ingiusti. Non si vuole essere guardati di mal occhio in famiglia, non si vuole essere additati come “maschilisti” tra gli amici o come misogini al lavoro, dunque si tace. Si sta a guardare il disastro e si tace. Se una rivoluzione ci deve essere nel vissuto comune delle relazioni di genere, se un superamento del terribile sbilancio attuale può avvenire, accadrà soltanto quando queste persone torneranno libere di esprimere le proprie posizioni critiche, senza timore di venire etichettati in modo deteriore. A loro, più che alla comunità di uomini già schiacciati da eventi e sentenze, va il mio messaggio e quello di tutti coloro impegnati in questa battaglia per la parità, l’equità e la giustizia.

Abbiamo finito, e Davide Stasi si è dimostrato ancora una volta al di sopra delle aspettative nel rispondere e nel dare estrema chiarezza negli argomenti esposti e trattati. Ti ringraziamo, e aspettiamo i tuoi prossimi lavori.

Vi lasciamo per approfondimenti i link alle sue pagine Facebook e Twitter, dove troverete altri spunti, discussioni e chiarimenti sull’argomento STALKER, STALKING e sui loro danni, che siano attivi o passivi.

Pagina Facebook del libro: http://www.facebook.com/stalkersaraitu
Pagina Twitter: https://twitter.com/StalkerSaraiTu

 

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